L’obiettivo è favorire una riflessione che vada oltre le applicazioni “tradizionali” dell'IA prendendo in considerazione il suo ruolo nelle relazioni umane, nella trasformazione organizzativa e nel benessere sociale. In questo senso, di seguito si cercherà di esaminare la doppia sfida dell'adozione dell'IA: un cambiamento culturale volto a riconoscere la nostra intrinseca natura relazionale e un'evoluzione organizzativa che ripensa i processi, i ruoli e l'impatto nel contesto del cambiamento tecnologico. La domanda di fondo che guiderà questo ragionamento è: come può l'IA essere sfruttata per potenziare il lavoro delle organizzazioni della società civile (OSC) mantenendo al centro le persone e le loro connessioni?
"Paradossalmente, la centralità delle macchine riporterà l'essere umano al centro, chiamato a immaginare un futuro in cui le macchine e il progresso siano al servizio della felicità della persona, delle sue relazioni e della sua libertà". La riflessione di Stefano Simontacchi, Presidente di Bonelli Erede e della Fondazione Buzzi per l'Ospedale dei Bambini, delinea la mentalità necessaria per affrontare l'impatto dell'intelligenza artificiale.
Guardando questa affermazione dal punto di vista del Terzo Settore, essa ci riguarda molto direttamente, perché le persone, le loro relazioni e la loro libertà sono precisamente i risultati che il nostro lavoro nelle OCS intende raggiungere. Per questo motivo, l'IA generativa e relazionale può e deve diventare generativa nel modo che ci interessa. Questo è possibile, a condizione che siamo disposti ad affrontare una doppia provocazione: culturale e organizzativa. Ma andiamo con ordine.
Una sfida umana, prima ancora che digitale
La vera sfida della IA sta nel fatto che, per la prima volta, una tecnologia ci obbliga a ridefinire noi stessi. L'intelligenza artificiale mette in discussione ciò che abbiamo considerato prerogative esclusive dell'essere umano: pensiero, ragionamento, scrittura, produzione di immagini e video, programmazione. Solo per fare alcuni esempi
Inoltre, sempre per la prima volta, abbiamo a che fare con una tecnologia capace di raggiungere l'intimità personale e i pensieri, influenzando non solo il nostro esterno, ma anche l'interno. Per mantenere gli esseri umani al centro dello sviluppo e dell'uso dell'intelligenza artificiale, è dunque necessario riscoprire la consapevolezza di ciò che fondamentalmente caratterizza gli esseri umani. Come?
La (ri)scoperta della relazione
In primo luogo, dobbiamo (ri)scoprire che siamo esseri costitutivamente relazionali e che non siamo solamente esseri razionali. Non si tratta di un concetto retorico; è una verità fondamentale sulla nostra natura. Ognuno di noi ha bisogno di relazioni sane per tutta la vita, soprattutto dopo che per troppo tempo una cultura dominante ha ridotto gli individui a monadi isolate chiamate a essere iper-performanti.
Si tratta di un modello riduzionista che porta alienazione, ansia, solitudine, frustrazione e burnout, perché noi non siamo macchine progettate per generare risultati a tutti i costi. Siamo esseri umani che desiderano connessioni significative che riconoscano e valorizzino la nostra unicità.
Il bisogno di relazioni non è solo un desiderio emotivo, ma un imperativo biologico che plasma il nostro benessere. Riscoprendo la natura relazionale dell'umanità, possiamo costruire una società che promuova ambienti in cui gli individui possano prosperare come esseri umani pienamente realizzati, non come macchine isolate che producono risultati. Questo cambiamento è cruciale, specialmente in un mondo sempre più influenzato dalla tecnologia, dove l'essenza dell'interazione umana non deve andare persa. Ed è una lezione che le OSC in particolare dovrebbero tenere in considerazione.
Quel rapporto tra razionalità, pensiero e relazionalità
"Non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano". Questa citazione, attribuita allo psicologo e neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, ci dice che il pensiero nasce dentro il corpo, dentro l'emozione, dentro la vita vissuta, dentro la coscienza. Perché noi siamo esseri relazionali ma, contemporaneamente, non siamo esseri solamente razionali.
Le neuroscienze confermano che le emozioni non sono un rumore di fondo da zittire per pensare meglio, ma il motore del pensiero. È nota la distinzione introdotta dallo psicologo Richard Kahneman tra Sistema 1 e Sistema 2.
Il Sistema 1 opera in modo rapido, automatico, senza sforzo: è intuitivo, associativo, emotivo. Genera impressioni, impulsi, giudizi immediati, ci consente di reagire e decidere in frazioni di secondo. Il Sistema 2 invece è lento, deliberativo, analitico, richiede attenzione, sforzo, controllo, interviene quando dobbiamo risolvere un problema complesso. Il Sistema 1 è efficiente, dominante nella vita quotidiana ma incline a scorciatoie e bias; il Sistema 2 è più accurato, ma "pigro".
Insomma, anche se ci piace pensare di esserlo, non siamo esseri prevalentemente razionali, e di questo dobbiamo tenere conto. Soprattutto nel momento in cui dobbiamo pensare a come le organizzazioni della società civile possano usare l’IA senza perdere la propria motivazione e svalutare i messaggi di cui sono portatrici.
Così Terzo Settore è chiamato a ridefinirsi
In forza di queste considerazioni, l'intelligenza artificiale obbliga anche il Terzo Settore a ridefinire se stesso. Come?
Riscoprire la forza delle relazioni autenticamente umane all'interno delle organizzazioni e con coloro che esse servono. Questo dovrebbe essere fatto alla luce della riflessione espressa poco sopra: gli esseri umani sono esseri relazionali, non solo razionali. Sebbene le organizzazioni non possano competere direttamente con la capacità relazionale e l'empatia artificiale di un chatbot (che non si stanca mai, non si irrita mai e ti ascolta sempre), possono riappropriarsi della capacità relazionale, che può essere fornita solo dagli esseri umani.
Comprendere che l'intelligenza artificiale generativa non è solo un modo per velocizzare i compiti. Questa è sicuramente una funzione utile e importante, ma non l'unica. Come avviene per la pubblica amministrazione e per le imprese, una adozione seria e ponderata dell'IA impone di rielaborare i processi organizzativi e di formare adeguatamente le persone. Quindi, nuovamente, l'intelligenza artificiale ci obbliga a ridefinire la nostra organizzazione.
Se l'IA viene introdotta solo come una stampella operativa, perdiamo l'opportunità di ripensare veramente a come lavoriamo, collaboriamo e generiamo impatto. L'IA non deve essere un acceleratore della burocrazia, ma una opportunità di trasformazione della forma del lavoro sociale. Se l’intelligenza artificiale viene usata solo per velocizzare la produzione di “contenuti” si perde la possibilità più importante: liberare tempo per le relazioni; per generare fiducia, speranza e prossimità sia dentro che fuori le organizzazioni.
L'IA automatizza molte attività operative: report, testi, raccolta dati. Questo significa che i ruoli devono cambiare. Ecco perché è una utile occasione per ridisegnare i processi, chiarire chi da cosa, rafforzare la cultura organizzativa, ridefinire i flussi che riguardano documentazione, comunicazione interna, governance, formazione.
In breve, senza nuovi processi, l'IA rischia di amplificare le fragilità culturali e organizzative esistenti all’interno delle organizzazione della società civile.
Un esempio da Milano
Dalla diretta esperienza che ho avuto all'interno di Fondazione Pensiero Solido e nelle iniziative che abbiamo portato avanti, so bene che tutto ciò si scontra con tre fattori principali: mancanza di visione della leadership, tempo e risorse finanziarie. Attraverso l'iniziativa Tecnologia Solidale al Corvetto, nel quartiere periferico di Milano, cinque organizzazioni locali hanno utilizzato strumenti digitali per rafforzare le organizzazioni e la loro capacità di contrastare la povertà economica ed educativa.
Abbiamo deciso di sviluppare un progetto basato su un dialogo che affrontasse le necessità di coloro che comprendono veramente il territorio e le persone che ci vivono, che fano esperienza diretta della povertà economica e culturale. Per questo motivo, abbiamo avviato una fase di ascolto paziente (dicembre 2024 - marzo 2025) con le organizzazioni locali e identificato tre aree di intervento: necessità strutturali (attrezzature tecnologiche); necessità comunicative (miglioramento nell'uso dei social media); necessità di formazione (interno ed esterno alle singole organizzazioni).
Queste tre necessità fanno ora parte del progetto, che mira a costruire un modello comunitario di innovazione sociale basata sul digitale implementando:
un ponte tra strumenti digitali e organizzazioni locali, per aiutare i più vulnerabili economicamente e culturalmente;
la diffusione di strumenti tecnologici e competenze a coloro che lavorano quotidianamente nella comunità, a fianco di famiglie, giovani e bambini;
opportunità di formazione per ragazze e ragazzi del quartiere, con un focus sulle competenze digitali che possono essere applicate nel mondo del lavoro.
Anche se la leadership comprende le ragioni del cambiamento, questo si scontra con la necessità quotidiana di fornire servizi che non possono essere interrotti per fermarsi e ricominciare da capo, limitando così l'uso davvero efficace dell'IA generativa.
Tutto ciò è comprensibile. Tuttavia, ciò non cambia il fatto che la trasformazione tecnologica debba essere accompagnata da un'evoluzione delle organizzazioni, dei modelli di lavoro e delle competenze, per valorizzare davvero l'integrazione tra esseri umani e tecnologia. Questo vale sia per il profit che per il non profit.
Fattori che bloccano il cambiamento e prospettive future
C’è una convinzione diffusa nel Terzo Settore italiano che l'IA generativa e relazionale non porterà a perdite di posti di lavoro, almeno non nello stesso modo in cui è previsto nel settore profit.
Tuttavia, dobbiamo chiederci se questa ipotesi rimarrà vera nel medio periodo. Anche all'interno delle grandi organizzazioni, i ruoli amministrativi e di ufficio potrebbero diventare obsoleti, con molti compiti gestiti dall'intelligenza artificiale. Inoltre, l'emergere dell'IA fisica (un'integrazione tra intelligenza artificiale e corpi fisici, come robot, materiali intelligenti e sistemi che interagiscono con il mondo fisico) potrebbe portare le macchine a sostituire gli esseri umani in alcuni compiti di cura e compagnia. Questi sviluppi potrebbero alterare significativamente il panorama del lavoro, specialmente nei settori che dipendono dall'interazione umana.
Di conseguenza, le linee tra le capacità umane e quelle delle macchine sono sempre più sfumate, costringendoci a riconsiderare il futuro del lavoro, e del lavoro umano in particolare, in un mondo guidato dall'IA.
Viviamo davvero in tempi interessanti!